« I Romaghin e i Setussi fanno fuoco e fiamme per non lasciarseli sfuggire e poterli torturare e uccidere. Teoricamente, dal momento che ci hanno creato, dovrebbero mantenerci, o per lo meno sopportarci. Invece, ci uccidono. Credo che si tratti di un tentativo di rimuovere dalla loro coscienza il male che ci hanno fatto. Se si convincono che siamo malvagi, che siamo in correlazione con il demonio o con il nemico, si sentono giustificati a ucciderci. E quando ci avranno sterminati tutti, non avranno più sotto gli occhi le conseguenze dei loro errori.»
Solo convincendosi che il diverso è male, è possibile giustificare a sé stessi l'uso della violenza e la soppressione di ciò che non è uguale a noi. Le differenze sono da sempre state motivo di scontri: dalle differenze religiose, alle differenze politiche, a quelle nazionali e fisiche. La maggior parte delle guerre o degli scontri è basata su un rifiuto della diversità: l'uomo sembra essere impossibilitato ad accettare le diseguaglianze. Egli cerca di livellarle, e di combatterle, e nei casi più estremi di eliminarle.
Le mutazioni non sono viste solo come una condanna, ma anche come un pregio. I mutanti hanno perso la loro normalità, ma hanno guadagnato facoltà eccezionali.
«In cambio della normalità che abbiamo perduto, abbiamo ricevuto qualcos'altro, Tohm. La natura ci rovina mentre siamo ancora nel grembo di nostra madre e ci fa scherzi insensati, poi, all'ultimo, si pente e ci regala facoltà speciali, alcune addirittura sovrumane. Tutti i Muties che conosco, oltre alla capacità di influire sull'Orlo, possiedono qualche altro talento.»
Le mutazioni, come insegna l'evoluzione, possono essere anche il mezzo per svilupparsi in meglio. La diversità diventa quella discriminante eccezionale e positiva che, spesso, si ricerca per sentirsi speciali. E i Muties sono speciali in quanto capaci di manovrare l'Orlo e di produrre un mondo di pace. (Per la questione dell'Orlo e degli infiniti universi possibili, vi rimando al romanzo)
A un certo punto della narrazione, Tohm compierà l'errore tipico di chi è "normale": credere che il desiderio dei "diversi" sia diventare "come lui". Koontz, per bocca per Mayna, ci spiega che non è affatto così: un diverso vuole solo essere accettato per quello che è.
« Vogliamo l'uguaglianza sociale, caro mio, non quella fisica. Vogliamo un mondo che non ci costringa a nasconderei nelle cantine, come topi. Non vogliamo essere umani normali. Siamo diversi. Non siamo uguali a voi, ma non siamo neppure tutti brutti. Molti di noi sono strani, ma non repellenti. Noi siamo la nuova mitologia di questo mondo.»
Mayna rappresenta la coscienza del diverso, il suo desiderio di essere accettato per quello che è, il suo orgoglio di donna-gatto. Il suo presunto odio per l'umano Tohm è dato solo dall'incapacità di quest'ultimo di capire cosa significa essere un Muties e dalla sua inconscia convinzione di essere migliore.
Un'altra tematica affrontata è la concezione di dio, nonché l'impossibilità dell'uomo di coglierlo. Koontz, tuttavia, tenta di mostrarci dio e lo fa attraverso gli occhi di Veggente, un Muties vecchio e balbettante, con il viso perennemente rigato di lacrime. Il dio di Koontz non è buono, e magnanimo, ma terribile e spaventoso, talmente terribile che Veggente (l'unico in grado di vederlo) non può fare a meno di piangere.
«Il Veggente vede Dio, e non riesce a sopportarlo. Ti dice niente, questo? Non ti suggerisce niente? Il Veggente penetra nell'essenza stessa delle cose, oltre le realtà e le semi-realtà, le quasi-verità e quelle che noi chiamiamo Verità Reali. Per lui, sono tutte inezie, eroe Tohm. Lui vede oltre svolte di cui noi ignoriamo perfino l'esistenza, e negli angoli di cui ci siamo dimenticati o che non abbiamo mai visto. Vede Dio. E questa vista lo fa impazzire.»
A Dio è collegabile anche la paura della morte, la paura di trovarsi davanti una Verità inaccettabile e il problema, come ci spiega Koontz, non è tanto la consapevolezza che Dio non esista (magari non esistesse, ci fa intendere l'autore), quanto il fatto che quel dio esista veramente.
Concludo dicendo che, "Jumbo 10 - Il Rinnegato" si qualifica come un romanzo carico di tematiche che si rifanno, in particolare, alla sensibilità propria degli anni '60. Koontz attraverso questa storia dall'architettura semplice, cerca di metterci al corrente delle sue idee filosofiche e sociali, abbozzando confusi tratti di questioni grandi quanto l'Universo.

Molti scrittori si sono cimentati sul tema delle carceri statunitensi, dando vita, a volte, a risultati non troppo soddisfacenti. Il rischio è quello di cadere nel banale e di descrivere il carcere ricorrendo ai classici luoghi comuni.
Edward Bunker, fortunatamente, non incappa in quest'errore, ma ci descrive un ambiente governato da regole proprie. E' un mondo a parte, proiezione del mondo libero, nel quale vige l'implacabile legge della prigione:
"La prigione era qualcosa di più di un luogo murato; era un mondo alieno di valori distorti, governato da un codice di violenza. Alcune storie ne contraddicevano altre; il punto di vista dipendeva dalle esperienze di chi ricordava".
Ron Decker è un giovane di buona famiglia, accusato per spaccio. Il giudice lo condanna, con riserva: se si comporterà bene, potrà subire una revisione della pena, a suo favore.
Nonostante la sua accusa non sia delle più gravi, Ron viene mandato nel peggior carcere del Paese, San Quintino, famoso per i numerosi omicidi, le guerre razziste tra i vari clan, l'atteggiamento violento della polizia penitenziaria e le condizioni di vita, non sempre accettabili.
A San Quintino, Ron diventa amico del detenuto Earl Copen: un uomo che ha passato buona parte della sua vita dietro le sbarre.
L'amicizia di Ron ed Earl viene spesso fraintesa, essendo quasi una prassi che un ragazzo carino venga scelto da un "anziano" come amante. Le intenzioni di Earl non sono quelle di abusare sessualmente di Ron, ma di trovare in lui un vero amico, instaurando lo stesso rapporto che può esserci tra padre e figlio.
"Quel carcerato più vecchio di lui era il miglior amico che avesse mai avuto, come un fratello maggiore, forse un padre. Era difficile per lui, perfino in silenzio, articolare la parola amore nei riguardi di un altro uomo, ma a se stesso riuscì a dirla"
Grazie al veterano, Ron entra a far parte della "Fratellanza Bianca", un gruppo filo-nazista alleato alla "Fratellanza Messicana" nella guerra contro i neri. L'importanza d'appartenere a un gruppo viene espressa dalle parole di Ron:
"... per la prima volta da quand'era arrivato, aveva la sensazione di essere accettato. Non si era adattato completamente, ma si sentiva più forte; era bello avere degli amici, piacere alla gente, appartenere a un gruppo, che ci fosse qualcuno che faceva qualcosa di così semplice come portare le sigarette e il caffè."
Ben presto Ron si rende conto che in prigione esistono leggi diverse dalla vita normale e che, anche se non approvi certe condotte, è saggio appartenere a un gruppo che può proteggerti, piuttosto che essere solo in un ambiente che aspetta solo di avere tra le mani un "debole", un "escluso" per avventarglisi addosso.
Ciò che colpisce maggiormente Ron è che, sebbene le condizioni siano pietose e tutti siano lì per il medesimo motivo, invece di coalizzarsi o darsi una mano a vicenda, preferiscono alimentare scontri basati su questioni razziali.
"Ogni uomo stava peggio di una bestia allo zoo, aveva meno spazio, eppure tutti non facevano altro che odiare e insultare altre persone reiette come loro. Tuttavia sapeva che non avrebbe detto nulla, che non poteva dire nulla, altrimenti i bianchi l'avrebbero fatto a pezzi; e sul fatto di aiutare i neri, aveva visto uno hippie bianco che era stato amichevole nei loro confronti. L'avevano picchiato e violentato."
Il tempo scorre molto più lentamente in prigione, e ciò che nella vita comune è un passatempo trascurabile, lì diventa una questione importante come nutrirsi: ovvero, avere un libro che permetta di far scorrere le ore piacevolmente.
L'istruzione diventa una valvola di sfogo per molti detenuti che studiano, s'impegnano, imparano.
Con l'andare del tempo, Ron viene cambiato dal carcere. Un'azione che prima riteneva impossibile da compiere, diventa fattibile. Messo alle strette dalla stupidità di un uomo, Ron è costretto a fare ciò che non avrebbe mai voluto.
"Stava germogliando qualche cos'altro: l'insensibilità alla violenza. Faceva parte della condizione umana; fin dall'inizio dei tempi gli uomini avevano sistemato le questioni con la spada, e anche se spesso era stupido e autodistruttivo, a volte era proprio quello ciò che la situazione richiedeva. E se provava paura, non era più paura di essere inerme."
Da tutta la storia, emergono, a mio avviso, due importanti considerazioni.
Innanzitutto, il vincolo che si stabilisce tra un detenuto e la prigione. Una volta che si viene arrestati e si sconta la condanna dietro le sbarre, si è marchiati a vita. Non importa quanto tu t'impegnerai per vivere regolarmente, sarà la società stessa che t'impedirà di essere corretto.
"Forse uno su diecimila esce e ce la fa, e ritorna tra la classe media. Ma la società non perdona e non si dimentica mai di tutti gli altri. Ci permette di rimanere liberi se accettiamo di essere dei pezzi di merda."
La seconda considerazione riguarda il ruolo della prigione all'interno della società. L'idea di Ron è quella che la prigione debba essere uno strumento per aiutare il detenuto a diventare migliore, e durante la sua arringa metterà in luce come, in realtà, le carceri peggiorino le persone.
"Cercare di far diventare qualcuno un essere umano rispettabile mandandolo in prigione è come cercare di far diventare qualcuno musulmano mettendolo in un monastero trappista. Un anno fa l'idea di far del male fisicamente a qualcuno era per me ripugnante. Ma dopo un anno in un mondo in cui nessuno dice mai che è sbagliato uccidere, in cui la legge della giungla ha il sopravvento, mi ritrovo capace di pensare con serenità ad atti di violenza."
Il giudice, al contrario, che rappresenta l'altra faccia della medaglia, mette in luce come una prigione serva a proteggere la società dalla persone come Ron e i suoi amici.
"La questione non è se la prigione la può aiutare, né se la sua condanna possa servire da deterrente per qualcun altro. Il punto fondamentale è quello di proteggere la società. Chiunque riesca a uccidere un'altra persona a sangue freddo, e lei ha quasi ammesso di essere in grado di farlo, non è adatto a vivere nella società. Io so che la società sarà protetta per almeno cinque anni."
"Animal Factory" è un buon libro, scritto con un linguaggio vero ed efficace. I temi affrontati sono forti, ma narrati senza eccessiva crudezza. Certo, i lettori più sensibili potrebbero rimanerne turbati, ma dobbiamo tener presente di non essere davanti a una storia di zucchero e miele.

"- … Voi volete conoscer la vita. Vi fareste impiccare piuttosto di rinunciarvi, come dicono i giovani.
- Non credo di volerla conoscere nel modo come desiderano conoscerla i giovani di qui. Desidero solamente guardarmi in giro.
- Vuotar la coppa dell’esperienza.
- No, neppure toccarla. Contiene una bevanda troppo avvelenata. Desidero solo di vedere coi miei occhi. - Vedere, ma non sentire.
- Non so se essendo esseri sensibili si possano fare delle distinzioni."
Isabel persegue il suo ideale con fermezza. Rifiuta due proposte di matrimonio, entrambe molto vantaggiose sia dal punto di vista umano che materiale.
Il matrimonio, Isabel, lo considera una specie di gabbia, di impedimento alla realizzazione del suo destino. Non ha paura di ciò che si lascia alle spalle, poiché nutre una profonda fiducia nel futuro e nella vita. La vita è così caleidoscopica, così meravigliosa ai suoi occhi che è un peccato delimitarla con un vincolo come il matrimonio.
Questa personalità, questo modo di vedere la vita, il mirabile futuro che sembra voler costruire per sé stessa, contribuiscono a renderla affascinante agli occhi di Ralf Touchett. L’uomo, seriamente ammalato, convincerà il padre morente a dare parte dell’eredità, che gli spetterebbe, alla ragazza. Egli considera Isabel una creatura meravigliosa e nella desolazione della propria vita, della propria malattia, vede in essa una grande possibilità di realizzazione. Ralf sa che Isabel è destinata a grandi cose e lui desidera innalzarla verso quelle grandi cose.
Ma la ricchezza di Isabel oltre ad essere un mezzo per realizzare i suoi sogni diventa anche un qualcosa che calamita l’attenzione degli altri: ora che è ricca, gli sguardi delle persone verso di lei assumono sfumature diverse e persone che non l’avrebbero neppure guardata, ora arrivano a fissarla. E’ il caso di Gilbert Osmond, americano naturalizzato italiano, che su indicazione dell’amica Madame Merle, decide di corteggiare Isabel Archer.
Gilbert Osmond è raffinato, intelligente, una mente superiore, un esteta. E’ un uomo che vive d’apparenze e coltiva queste fin nei minimi dettagli. Egli non potrebbe avvicinarsi mai a una donna solo perché ricca: deve essere interessante, raffinata, colta. Isabel Archer sembra incarnare quell’ideale di donna. Spinto da Madame Merle, Osmond corteggerà e conquisterà Isabel Archer.
Il matrimonio di Isabel e Gilbert viene giudicato negativamente da tutti gli amici della ragazza, che cercano di metterla in guardia sull’uomo, sui suoi fini, sulle vere ragioni che l’hanno spinto a sposarla, sul ruolo che ha avuto Madame Merle in tutta la vicenda. Ma Isabel è diventata cieca, l’amore che nutre per Gilbert le impedisce di vedere la verità, lo difende, nega di essere stata manovrata, vive in un idillio falso e destinato a frantumarsi.
Isabel vive la sua vita intensamente, la brama, la desidera. E’ una creatura aperta, pronta a ricevere tutto e, contemporaneamente, a non farsi catturare da niente. Ella desidera vedere, ma non toccare, desidera essere la macchina da presa che filma il mondo, non l’attrice che ne recita le regole. Ma i suoi desideri non trovano realizzazione. Isabel vede, a poco a poco, il suo matrimonio sbiadirsi, la sua vita disgregarsi, ma nonostante questo, ella continua a mostrare una facciata limpida, felice, perfetta.
"La sua vita sarebbe stata in armonia con la più piacevole impressione ch’essa poteva produrre: voleva essere quel che sembrava e sembrare quel che era."
Isabel sembra felice, ma non lo è. Vive, ingannando il mondo intero affinché non scopra la sua infelicità. Se avessero intuito che il suo matrimonio era infelice, avrebbero premuto affinché lei se ne andasse, ma lei non vuole questo. E' infelice, prova un sentimento indefinibile per Gilbert, tuttavia continua ad essere schiava degli obblighi morali. E' ossessionata dal fare la cosa giusta, e ogni sua parola, ogni suo gesto è vincolato al proprio concetto di giustizia. Isabel sarebbe morta, piuttosto che commettere un’ingiustizia.
James ci racconta magnificamente di Isabel, descrivendola con la minuziosità di un ritratto. Noi vediamo con gli occhi di un divino osservatore, che prendendoci per mano, ci conduce attraverso tutta la narrazione. Il punto di vista da cui guardiamo è un punto di vista privilegiato: quello di una figura onnipresente che osserva tutto e descrive tutto.
La prosa è fluida, inframmezzata da un buon uso della punteggiatura. Le descrizioni presenti sono ben costruite e scivolano via abbastanza rapidamente. James, inoltre, dedica ad ogni personaggio una o due pagine per raccontarcelo. In questo modo, mette nelle mani del lettore una buona quantità di informazioni per farsi una maggiore idea della storia.
Personalmente, sono rimasta piacevolmente colpita da questo libro. L’ho letto con rapidità, presa sia dallo stile ineccepibile che dalla vicenda narrata. Ho provato verso Isabel Archer un sentimento di odio e amore, di pietà e antipatia, di simpatia e compassione. Credo che sia uno dei personaggi femminili più completi, mai descritti in letteratura. L’ultima parte del libro, poi, mi ha ripagata di tutte le quattrocento pagine lette fino a quel momento, senza contare la mirabile dichiarazione d’amore di Caspar che vale tutta la storia. (senza togliere nulla al resto, ovviamente).



